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La persistenza dell’immagine

 

La ricerca di Frulio si sviluppa attraverso una pratica che attraversa pittura, disegno e materia. Olio, grafite, carboncino e interventi abrasivi convivono in superfici dense, dove l’immagine sembra emergere lentamente da un processo di consumo e trasformazione. Nulla appare definitivo: ogni opera conserva le tracce del proprio farsi, tra velature, cancellazioni e stratificazioni.

Al centro della sua indagine vi è il corpo umano, privato però di ogni funzione celebrativa o narrativa. Le figure si presentano come presenze sospese, frammenti vulnerabili che sembrano affiorare da una memoria remota. In questo senso, il dialogo con gli affreschi di Ercolano, Pompei e Oplonti non riguarda la citazione dell’antico, ma una riflessione sulla sopravvivenza dell’immagine attraverso il tempo. Crepe, lacune e superfici consumate diventano parte stessa del linguaggio.

La materia non è mai semplice supporto, ma elemento attivo del lavoro. Le abrasioni interrompono la continuità della visione; la grafite e il carboncino costruiscono segni instabili, quasi trattenuti; l’olio deposita profondità e sedimentazione. Ogni intervento sembra oscillare tra costruzione e sottrazione, lasciando la figura in uno stato di continua transizione.

A questa dimensione si lega anche una memoria territoriale legata alla tradizione del cammeo di Torre del Greco. Come nell’incisione, l’immagine nasce attraverso un gesto di scavo più che di accumulo: non viene imposta alla superficie, ma lentamente portata alla luce.

Il lavoro di Frulio richiede uno sguardo lento, distante dalla rapidità consumistica dell’immagine contemporanea. Le sue opere non si esauriscono nell’impatto immediato, ma invitano a sostare nelle loro zone di incertezza, dove ciò che è assente acquista spesso la stessa forza di ciò che rimane visibile.

 

In questa tensione tra permanenza e dissoluzione, la figura continua a esistere come traccia. Non come immagine compiuta, ma come presenza fragile che resiste al tempo e alla perdita.

The Persistence of the Image

Frulio’s practice unfolds through a language that moves between painting, drawing, and material experimentation. Oil, graphite, charcoal, and abrasive interventions coexist on dense surfaces where the image seems to emerge slowly through a process of erosion and transformation. Nothing appears fixed or definitive: each work preserves the traces of its own making through veils, removals, and layered accumulations.

At the center of his research is the human body, stripped of any celebratory or narrative function. The figures appear as suspended presences, fragile fragments surfacing from a distant memory. In this sense, the dialogue with the frescoes of Herculaneum, Pompeii, and Oplontis is not based on the quotation of antiquity, but on a reflection about the survival of the image through time. Cracks, lacunae, and worn surfaces become integral elements of the visual language itself.

Matter is never a simple support, but an active component of the work. Abrasions interrupt visual continuity; graphite and charcoal create unstable, restrained marks; oil deposits depth and sedimentation. Each gesture oscillates between construction and subtraction, leaving the figure in a constant state of transition.

This dimension is also connected to a more intimate territorial memory linked to the cameo tradition of Torre del Greco. As in cameo carving, the image here emerges through excavation rather than accumulation: it is not imposed onto the surface, but gradually revealed from within it.

Frulio’s work demands a slow gaze, far removed from the speed of contemporary visual consumption. His works do not resolve themselves in immediate impact, but invite the viewer to linger within their areas of uncertainty, where absence often acquires the same force as what remains visible.

 

Within this tension between permanence and dissolution, the figure persists as a trace — not as a complete image, but as a fragile presence resisting time and loss.